Great expectations

Oggi è uno di quei giorni che vale un anno di vita vissuta. Soprattutto di quella vita più che altro sopravvissuta, nel tentativo costante di evitare squassoni di qualsiasi tipo. Che poi, le circostanze ti travolgono sempre e comunque e tu impari a barcamenarti, ma una parte di te (di me) non ne vuole più sapere di mettersi in gioco, giusto o sbagliato che sia è così e difficilmente cambierà. Vivi a metà, ovvero sopravvivi. E fin qui mi va pure bene.

Solo che ultimamente il livello di difficoltà è aumentato al cubo. Per una persona tendenzialmente refrattaria al cambiamento da settembre ad oggi abbiamo nell’ordine: trasferimento, cambio mansione, cambio colleghi, di nuovo cambio mansione e cambio colleghi. Faccio il nuovo lavoro da un mese e mezzo, si può dire anche che mi piaccia ma al tempo stesso implica aspettative e pressioni crescenti. Da una parte è stimolante, dall’altra mi cago addosso, costantemente. Nel frattempo sto a Bologna ma forse mi spostano a Parma, o a Reggio tanto cosa cambia? Neanche una avesse una vita e dei treni da prendere.

Questa la premessa che porta alla giornata di oggi. Sono andata a Parma in affiancamento ad un collega con il quale (pare, mi faranno sapere) dovrò collaborare. E questo collega è uno che va dritto come un treno, sarà la teutonicità ma lui mi spiega, mi coinvolge, mi considera già pronta per questo lavoro. E io mi cago addosso, perché non mi sento pronta proprio per niente e ho la sindrome da prima della classe e se non sono preparata temo di fare figure di merda mentre qua c’è un po’ da buttarsi e andare allo sbaraglio. E allora mi impegnerò, studierò, farò finta di sentirmi adeguata. Poi succede che nella stessa giornata incontri persone che non vedevi da anni, e capisci che hai lasciato in loro un buon ricordo, lavorativo e a volte anche personale, e allora pensi che magari, se tendenzialmente dovunque tu sia stata hai lasciato un’impressione positiva, magari hai fatto un buon lavoro, e magari riuscirai a fare un buon lavoro anche questa volta, e magari tante aspettative su di te sono ben riposte. Pensi anche quanta strada hai fatto (non solo in termini di km…) mentre altri restavano fermi, e quanto nel bene o nel male tu sia andata sempre avanti.

Ecco, tutte queste cose le penseresti se solo non fossi tu. Perché proprio non ce la fai a riconoscerti dei meriti.

Non è tutto, altrimenti come ci arriviamo ad un anno di vita vissuta? Succede che nella stessa giornata incontri una persona che ha avuto un ruolo nella tua vita, pur tanto tempo fa. Tu sei andata avanti, ma tutto il dolore e tutto il non amore sono rimasti lì come un fardello invisibile (sarà per questo che sono sempre stanca??).

Non solo la incontri, ci dovrai collaborare. Ecco, questo proprio me lo sarei risparmiato, caro il mio fato.

Non so neanche che effetto mi ha fatto questo incontro, forse come dice il saggio prima o poi doveva succedere. E’ successo, possiamo depennarlo dalla lista delle cose da fare e continuare a sopravvivere.

 

 

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Sminuetto

Oggi giornata di valutazioni.Una volta l’anno vengono definiti gli obiettivi e valutata la prestazione lavorativa dell’anno passato con un vero e proprio sistema di giudizio parascolastico. Le pagelle insomma.

Ora, al di là dei “voti”, questo momento di dialogo con il responsabile (beninteso anch’esso gestito tramite la consueta procedura kafkiana che non sto qui a spiegare) io cerco di vederlo come un’occasione per condividere una riflessione sul proprio percorso professionale,  non necessariamente come una perdita di tempo perché tanto s’ha da fa’.

Quest’anno, avendo cambiato mansione (due volte, fra l’altro), le valutazioni dell’anno passato le ha fatte il mio ex capo, mentre gli obiettivi di quest’anno e relativo colloquio erano a carico del mio nuovo capo, visto sinora una volta di striscio ad una riunione.

Colloquio di prima mattina, che siamo ancora entrambi freschi. E alla prima frase già mi incazzo.

Ora, con tutto quanto di buono possa essere stato detto successivamente e con tutta l’assenza di retropensiero con cui sia stata detta quella frase, io lì mi sono fermata e da stamattina lì rimugino.

In sostanza, a commento di una valutazione molto, ma molto positiva l’esordio è stato: “ah il tuo capo precedente doveva volerti molto bene”.

Ora. Ripeto, non voglio vederci malizia né malafede…. Quindi cosa devo mai vederci? Stupore? Incredulità? E’ così inconcepibile che io abbia fatto un buon lavoro?

Il primo pensiero di questa persona non è che io quel giudizio me lo sia meritato, ma che il mio ex capo mi abbia valutato in base all’amicizia che ci lega (e non vado oltre con le illazioni che potrei dedurre).

Fatto sta che ho dovuto giustificare quel giudizio spiegando perché e per come me lo sono sudato e guadagnato (che poi, considerato il lavoro fatto negli ultimi due anni avrei apprezzato riconoscimenti un po’ più tangibili, ma questo passa il convento). Fatto sta che mi ritrovo sempre a dover ribadire in qualche modo il mio valore, perché quello che faccio non basta, mai. Fatto sta che questo genere di battute agli uomini non le fanno, e qui dentro ti fanno sentire sempre un passo indietro. Fatto sta che oggi proprio mi hanno fatto passare la voglia.

 

Pallina da tennis

Ho cambiato di nuovo ufficio. Stavolta mi sono spostata solo di stanza, niente traslochi o stravolgimenti esistenziali. Inoltre il nuovo lavoro mi alletta molto più del precedente, che mi ha fatto vedere i sorci negli ultimi tre mesi.

Quindi tutto bene? Tutto bene.

Certo, ho passato il pomeriggio a sorbirmi la nuova compagna di stanza che sbraitava al telefono per via di un incidente stradale e della controparte che mente spudoratamente, perché che motivo ci sarebbe di mettere la freccia se vai dritto? Ormai so tutto del sinistro, quasi quasi mi offro per andare a testimoniare sulla dinamica dei fatti, almeno mi rendo utile.

Ma non è questo che mi turba.

E’ che io mi affeziono anche a quelli che mi stanno sulle palle, che brontolano tutto il giorno, che vanno a caccia.

E’ che non trovo un centro. Voglio stare a Bologna, non ci voglio stare, per quanto tempo?

Dice il saggio che non bisogna prendere decisioni quando si è tristi. Allora aspetto.

Che fra un po’ fanno 40.

 

 

Anthropology of an american girl

“Danny’s there with Alicia Ross and Sara Eden. Want to run up?”“No thanks,” I said. Having to talk to people was one thing, but soliciting conversation was something else. If I acted squirmy or didn’t make eye contact, they would want to know what was wrong, and I would have to say, Nothing, since nothing really was wrong. Nothing is an easy thing to feel but a difficult thing to express.

Nostalgia canaglia

E’ passato un po’ di tempo. Tre mesi e mezzo da quando Roma non c’è più. O meglio, ovviamente la città eterna è sempre là imperturbabile e inamovibile, ma non ci sono più io a viverci.Non era per sempre, lo sapevo, non ne potevo più di fare avanti e indietro, di convivere con il caos primordiale, di sentirmi sempre in prestito. Ho chiesto io di tornare, e sono tornata. E ancora mi sento in prestito, e ancora faccio avanti e indietro…

E ora Roma mi manca. Mi manca il microcosmo felice e irripetibile che si era creato spontaneamente al lavoro, quel gruppetto di deportati (a Roma e poi al bunker) che era quasi una famiglia. Ogni giorno penso a loro e ogni giorno mi viene da piangere (qualche volta piango pure, anche in treno tanto chi mi si fila).

Mi manca Villa Celimontana e l’ora dei cagnolini a spasso.

Mi manca il mio appartamentino, che doveva essere un appoggio provvisorio ed è diventato la mia casa per 5 anni. Minchia 5 anni.

Mi manca il clima, là si lamentano che fa freddo e che c’è umidità ma evidentemente non sono mai passati per la pianura padana in gennaio o in piena estate, quando per respirare ci vogliono le bombole d’ossigeno.

Ecco, parliamo di gennaio. Lo so che d’inverno fa freddo ed è normale, vorrei solo che lo sapessero anche quei maledetti di trenitalia, dato che nella mia novella veste di pendolare quasi ogni giorno becco un bel treno-frigorifero, senza riscaldamento.

Quando salgo la mattina sul regionale delle 7.20 (segue sequela di madonne irripetibili a benedizione dell’inverecondo orario) e vedo le persone mezzo addormentate penso che sia perché verosimilmente si sono svegliate all’alba come me, poi non appena poso il culo sul sedile gelato capisco che in realtà sono ibernate….. a quanto pare il trattamento criogenico è compreso nel prezzo dell’abbonamento.

Poi dici che una non deve piangere… a volte evito solo perché temo che mi si ghiaccino le lacrime sulla faccia. Echecazzo.

Insomma non è che sia un gran periodo eh… magari a primavera, dopo il disgelo, andrà meglio.

Sapore di mare

Quest’anno sono andata in vacanza a Minorca, preferita alla amatissima Formentera per una mera questione di sopravvivenza: essendo costretta a scegliere agosto, a Formentera avrei rischiato di restare schiacciata dalla ressa di italioti a caccia di vipps, non prima di aver venduto un rene per potervi soggiornare in alta stagione. A Formentera ci si va a settembre, quindi ci vediamo l’anno prossimo.Dunque Minorca: stesso mare balearico, meno folla e rene salvo (più o meno…).

Prima di andare oltre, una doverosa premessa: il mio resoconto è inficiato da un bel culo di pietra (sono abituata comoda, ma molto comoda) e da un brutto ginocchio di latta.

Detto questo, l’avvio è ottimo: la location sapientemente trovata su air bnb si rivela spettacolare, una villa con vista mozzafiato su Cala Morell, a nord dell’isola. Non mi soffermerò sulla simpatica tenutaria e sulla sua logorrea né sul suo rapporto conflittuale con il correttore automatico del cellulare, questa è un’altra storia…

Primo giorno

Appena arrivate impariamo la prima lezione, ovvero che c‘è tramontana, che normalmente dura 3 giorni e che siamo al secondo: non va neanche male, penso, un altro giorno di vento che quasi mi stacca la testa lo posso sopportare… Dopo un veloce giretto a Cittadella (o Ciudadela come si ostinano a chiamarla i locali) testiamo subito la splendida caletta sotto casa e impariamo la seconda lezione: quando tira vento da nord le spiagge a nord sono infestate di meduse, e per infestate intendo un tappeto di mostriciattoli rossi che ricopre l’acqua cristallina. Ok per oggi niente bagno…. Anche perché manco a dirlo ho una fobia conclamata per le meduse, dopo quella volta in cui a Taormina mi imbattei in un vero e proprio mostro marino e dovetti tenere lo stampo di un tentacolo sul braccio per un anno…. Ma anche questa è un’altra storia.

Secondo giorno

Mappa delle spiagge più belle alla mano, ci dirigiamo speranzose verso i parcheggi della costa a sud, che allo svincolo principale della strada vengono segnalati liberi o al completo. Indicazione preziosa considerato che per arrivare ai suddetti parcheggi occorre guidare per ulteriori 40 minuti su stradini sterrati a una corsia, che ti fanno venire le madonne anche se sei in vacanza e dovresti stare rilassato e vaffanculo accosta che in due non ci passiamo.

Terza lezione della settimana: alle 9.30 del mattino i parcheggi sono già pieni. Capisco che siamo in agosto, ma minchia non dorme più nessuno??

Terzo giorno

Ci ripromettiamo di partire un po’ prima rispetto a ieri, dato che ci siamo incaponite con Cala Turqueta, pare sia bellissima e vogliamo proprio vederla….. Arriviamo ai parcheggi alle 8.50, tutto pieno. Ripieghiamo su altre spiagge, ma a questo punto è diventata una questione di principio.

Quarto giorno

Sveglia alle sette che manco quando vado in ufficio, alle 8.30 ai parcheggi. Quando vediamo la luce verde un coro di giubilo riecheggia in macchina, e che cazzo non andavo al mare così presto dal 1991! Ovviamente è nuvolo.

Quinto giorno

Ah oggi si cambia versante, andiamo a nord a Cala Pregonda che pare sia la spiaggia più bella dell’isola (come tutte le altre di cui abbiamo letto recensioni). Partiamo, il navigatore fa i capricci allora chiediamo ad un passante che con sicumera indubitabile ci fornisce indicazioni chiare e precise, solo che ci spedisce alla spiaggia di La Vall… fa niente oggi stiamo qui, ci facciamo pizzicare da una medusa e nel pomeriggio ci spostiamo.

Sesto giorno

Oggi si va a Pregonda e non ci sono cazzi. Il navigatore funziona, dopo comodi 55 minuti di strada (quasi tutta asfaltata!) arriviamo al parcheggio. La tramontana non dà tregua, doveva durare tre giorni ma qui siamo al sesto e ancora veniamo spazzate come se non ci fosse un domani… a quanto pare è una settimana particolare. E’ pure particolarmente nuvolo per cui in sostanza fa quasi freschino, il che può rivelarsi positivo considerato che per arrivare all’anelata spiaggia affrontiamo un percorso da trekking di un’ora e venti. Certo, con soste di varia natura (stradello sbagliato, ginocchio di latta ululante, cellulare smarrito e ritrovato) ma pur sempre un’ora e venti. Più un’escursione che una giornata di mare, ma ne è valsa la pena: il panorama è unico. Niente bagno però, il mare è incazzatissimo nonché pieno di meduse…. Vento da nord su spiaggia a nord, abbiamo capito. E cheppalle.

Settimo giorno

E il settimo giorno videro la luce…. Che nel caso di una vacanza a Minorca significa una spiaggia attrezzata! Quando arrivate a Son Bou ho visto i lettini mi sono quasi commossa, dopo una settimana per terra la mia schiena e il ginocchio di latta imploravano pietà. Inutile dire che siamo rimaste spiaggiate fino a sera, quando il bagnino ci ha cacciato. Meglio di così non si poteva concludere.

Bellissima Minorca, ma quanto è scomoda…… la realtà è che con Formentera negli occhi, e nel cuore, il confronto non regge.

L’anno prossimo vacanze a settembre.

 

Il neo

Tutti gli anni devo fare la mappatura dei nei. O meglio, dovrei, dato che negli ultimi due anni non mi hanno chiamato perché, dicono, hanno avuto un problema con i computer. Per due anni?Alla fine prenoto io la visita, con un travaglio di procedure, chiamate e rimpalli tra uffici/persone/reparti che non sono neanche in grado di riassumere; fa niente, andiamo a fare la videomicroscopia.

“Perché tanto sbatti?” Si chiederanno i miei due lettori.

Il fatto è che ho tanti nei. Ma tanti.

Così tanti che sembro una cartina astronomica, così tanti che da piccola mi univo i puntini sulla coscia con la biro, come una settimana enigmistica vivente. Non è mai uscita una figura che avesse un senso….

Tutti questi nei vanno pur controllati, ed è per questo che da anni mi sottopongo alla trafila della mappatura, che di per sé non è nulla di fastidioso, ma che il più delle volte comporta l’umiliazione di stare sdraiata, nuda come un verme, davanti a un medico che ti visita e a 4 o 5 dottorini che ti scrutano come se fossi una cavia in formalina. Questa volta no, c’è solo una dottoressa che non mi fa sentire eccessivamente a disagio.

Fa la sua bella mappatura, chiedendomi come ogni volta se ho notato cambiamenti (come se fosse possibile notare un nuovo arrivato che spunta in mezzo a mille mila miliardi di nei), poi mi dice: “adesso la mando nella stanza accanto a fare un esame più approfondito su due nei”.

Va bene, mi è già capitato.

Vado nell’altra stanza, dove c’è un’altra dottoressa che non mi fa sentire eccessivamente a disagio, e mi faccio scrutare con non so quale macchinario mentre sto sdraiata a pancia sotto, sempre nuda come un verme, sotto un tifone di aria condizionata che manco in un centro commerciale a Bangkok.

Mentre mi chiedo se questa temperatura sia normale in un ospedale con gente potenzialmente malata, ma soprattutto se il tecnico del bunker arrotondi presso strutture ospedaliere, la dottoressa mi dice: “adesso la mando nella stanza accanto a fare un esame più approfondito sui due nei”.

A questo punto comincio a preoccuparmi, ma mi rivesto in silenzio e passo nella stanza accanto, dove mi aspetta una terza dottoressa, anche lei non mi fa sentire eccessivamente a disagio ma mi chiede con accento russo se acconsento a fare l’esame. “Ma…. è una cosa seria?” “No no, è solo uno studio sperimentale, mi serve il consenso scritto”. Adesso un po’ a disagio mi sento, non ci sono dottorini ma si insinua di nuovo la sensazione della cavia in formalina.

Per amore della scienza faccio anche il terzo esame, sempre nuda come un verme, sempre sotto al tifone di aria condizionata. Stando sdraiata a pancia sotto non vedo con quale strumento armeggi l’ex sovietica, so solo che mi chiede di NON RESPIRARE, per 4 o 5 secondi dice lei. Va bene, speravo di non dover interrompere funzioni vitali, seppure per poco, ma facciamo anche questa.

Mi rivesto, e apprendo con gioia che gli esami sono finiti, con meno gioia apprendo invece che uno di questi nei è da togliere. Un piccolo intervento per carità, non è la prima volta, è che per me gli interventi non sono mai piccoli.

Mentre aspetto che la prima dottoressa mi compili l’impegnativa, mi chiama mia madre in preda ad una crisi di nervi……. “Cosa stai facendo è dalle 8.30 che sei là dentro sono le 10.30 e ancora non hai finito c’è qualcosa che non va qualcosa non va vero dimmelo dimmelo dimmeloooooooooooooooooooooooo” il tutto sfondando il muro del suono. Cerco di sedarla in qualche modo, ha le sue ragioni ma non è che possa inondarmi di ansia in questo modo, in generale io reggo il colpo ma non mi sto esattamente divertendo. Oltretutto sono ibernata.

Che poi lo sappiamo già come andrà a finire: mi toglieranno il neo, metteranno dei punti che puntualmente si romperanno per colpa dell’adipe in eccesso e puntualmente al posto della cicatrice mi terrò un piccolo craterino, a perenne monito del fatto che sono cicciona, il che, come sappiamo, è la vera causa di tutti i mali del mondo. Se non altro dei miei.